Non è facile immaginare quante ricerche esistano in ambito biologico e zoologico, quanti parametri sia necessario osservare scientificamente per comprendere le dinamiche degli ecosistemi e le alterazioni a cui questi, quasi sempre per mano dell’uomo, sono sottoposti.

Sapevate ad esempio che esiste un Gruppo di studi sulle specie invasive (voluto dalla Unione internazionale per la conservazione della natura) che ogni anno aggiorna una oramai celebre lista delle cento specie invasive più dannose al mondo? Ora: se pensate che si tratti di un elenco di  animali ferocissimi, cattivi e deleteri, vi sbagliate di grosso. La natura si regge su un sistema di produzione circolare che funziona (o funzionerebbe molto bene): dunque ogni essere vivente, ogni elemento presente nell’ecosistema ha un ruolo preciso e necessario; tuttavia se una specie aliena viene artificialmente (a volte anche involontariamente) inserita in un habitat nuovo, l’equilibrio del sistema può essere compromesso con gravi ripercussioni su flora e fauna, nonché sull’uomo stesso. 

habitat naturale

In questa lunga lista compaiono alcune specie insospettabili: se nessuno di noi nutre infatti una particolare simpatia per la formica pazza gialla (che già dal nome non promette nulla di buono), insetto estremamente invasivo in ambienti tropicali che tende a sostituirsi alle specie autoctone, i più rimarrebbero sorpresi nel vedere comparire nella lista anche gli amati e apparentemente mansueti conigli, introdotti un po’ ovunque a scopo venatorio (ossia per essere cacciati). Forse anche per supplire alla tensione generata dall’essere inseguiti per diversi mesi ogni anno da umani affamati e affannati, armati di cani e fucili, i conigli superstiti tendono a riprodursi abbondantemente (concedendosi così almeno una gioia!) e, in mancanza di predatori naturali, finiscono per compromettere piantagioni e raccolti, nonché  l’equilibrio degli ambienti in cui sono stati catapultati.

Tuttavia, fra le cento specie invasive più dannose, il principe degli insospettabili è un altro: alcuni studiosi (per quanto i dati siano oggetto di numerose controversie scientifiche) stimano, solo negli Stati Uniti d’America, l’uccisione da parte sua di 2,4 miliardi uccelli e 13 miliardi di roditori ogni anno. Il problema più grosso tuttavia è che questo funesto essere è…bellissimo. Si tratta infatti del gatto domestico

gatto randagio

Che il “felis catus” fosse un mirabile cacciatore è noto a tutti, ma che la sua presenza potesse costituire un problema per diversi ecosistemi forse non è un concetto tanto scontato. Al gatto, soprattutto in passato, non sono mancati i nemici, basti pensare che esiste perfino l’ailurofobia, ossia la paura irrazionale e persistente dei gatti; tuttavia oggi questi piccoli felini spopolano perfino sui social grazie alla loro innegabile bellezza ed eleganza.

uccisioni uccelli
Questo sagace grafico mette in relazione il numero di uccelli uccisi dai gatti con quello prodotto dal contatto poco piacevole tra turbine eoliche e volatili (con schiacciante vittoria dei gatti…); https://theness.com/neurologicablog/index.php/update-on-wind-turbines-and-birds/

Come possiamo non ammirare animali capaci di cadere sempre in piedi, di saltare dieci volte la loro altezza, di vedere al buio, di sentire terremoti, di affrontare e sconfiggere bestie feroci molto più grandi di loro e, non meno importante, di avere un igiene personale certamente migliore di quello di molti umani adolescenti (e non solo)? Ciononostante la loro sempre più diffusa presenza sul territorio, ancor prima che su Facebook, ha prodotto non pochi problemi. Non solo per i numeri di cui abbiamo già parlato: a farne le spese non sono infatti esclusivamente roditori e uccelli (problema comunque non di poco conto se si pensa allo squilibrio che questa carneficina può portare sui diversi ecosistemi), ma anche l’uomo stesso. I gatti, come tutti gli animali, possono trasportare agenti patogeni, potenzialmente pericolosi, come ad esempio il Toxoplasma gondii, responsabile della toxoplasomsi. I nostri agili amici inoltre sono abilissimi (per evidenti ragioni evolutive) a riprodursi: basti pensare che una gatta nel corso della sua vita può generare 100 cuccioli, i quali a loro volta possono esponenzialmente creare nel giro di soli sette anni una popolazione di 420,000 unità. 

Cosa significa tutto ciò? Nel 1894 David Lyall, che di mestiere faceva il guardiano di fari, arrivò sulla Stephen Island, una piccola zolla di terra in mezzo al mare al largo della Nuova Zelanda ancora oggi disabitata; pochi mesi dopo giunse sull’isola anche una giovane gatta incinta. Nel giro di pochi anni i figli dell’amabile bestiolina alloctona (cioè non naturalmente presente nell’ecosistema) conquistarono letteralmente l’isola, portando all’estinzione almeno una specie di uccelli che da millenni aveva preso la residenza in quel tranquillo isolotto. David Lyall consapevole del problema iniziò a dare la caccia ai gatti oramai selvatici e sempre più numerosi, ma la lotto contro questi abilissimi predatori durò fino al 1925 e non fu sufficiente a salvare i poveri volatili.

Poco più a Sud, negli stessi anni, su un’isola lunga meno di quaranta kilometri e anch’essa disabitata – la Macquarie Island – stava succedendo qualcosa di pericolosamente simile. Nel 1878, i cacciatori di foche, già poco simpatici anche prima di questo avvenimento a dir poco inverecondo, avevano sagacemente introdotto sull’isola i conigli, per poterli cacciare e mangiare. Come detto, introdurre un animale propenso alla riproduzione e amante del verde, dove non esistono predatori naturali, ma solo foltissime piante di tutti i tipi può portare a conseguenze nefaste: nel 1968 i conigli erano più di 100.000 e la vegetazione dell’isola rischiava il collasso. Alcuni scienziati nel tentativo di evitare la catastrofe introdussero un virus, il Myxoma, e riuscirono nel giro di pochi anni a ridurre la popolazione a meno di 20.000 individui. Purtroppo però sull’isola erano stati portati anche alcuni gatti, i quali, abituati per decenni a cibarsi di conigli, decisero in assenza di questi di dar la caccia ai preziosi uccelli autoctoni, mettendo nuovamente a rischio la sopravvivenza di diverse specie locali. Anche in questo caso si rese necessaria l’uccisione o la cattura dei gatti. Solo a partire dal primo decennio di questo secolo l’ecosistema dell’isola ha ritrovato il suo equilibrio, ma rimangono ancora molte le isole e i territori dell’Oceania infestati dai gatti.

Non è un caso che i gatti siano protagonisti di racconti sospesi tra realtà e leggenda e che sia loro attribuita la capacità di resuscitare con le loro 7 vite (per gli anglosassoni addirittura 9!). Negli anni Sessanta, la popolazione di La Spezia si trovò ad affrontare un’emergenza insolita: la città era invasa da un numero spropositato di gatti che si aggiravano per la città in branchi con un atteggiamento sempre più aggressivo anche nei confronti delle persone. Si decise pertanto di portare i gatti sull’isola di Palmaria, poco distante dalla splendida Porto Venere. Così fu fatto, ma incredibilmente dopo pochi giorni i gatti ricomparvero in città, per poi sparire definitivamente nel giro di qualche mese.

gatti randagi

La morale della storia non è complessa: le nostre piccole tigri da appartamento, magiche, temute e amate, da secoli al centro di storie memorabili, possono diventare una seria minaccia per l’ambiente circostante, soprattutto se introdotte artificialmente in un ecosistema a loro alieno.

Dunque cosa fare? Sterminare i gatti? Vietarli? Neanche per idea: se il problema è concreto, la soluzione non deve necessariamente essere drastica. Per fortuna consapevolezza ed educazione sono armi sufficienti per invertire la tendenza e arginare il problema. Anziché negare i fatti e voltare la testa dall’altra parte (chi vi scrive è un gattaro da generazioni, possessore di numerosi felini, ma ciò non vuol dire negare a oltranza ricerche che non dicono ciò che vorremmo sentire), è necessario considerare il problema e agire di conseguenza: chi possiede gatti che escono all’aperto e che possono interagire con l’ecosistema locale, può provvedere a sterilizzarli (in modo che non si riproducano eccessivamente); può monitorare, per quanto possibile, la loro attività e intervenire nel caso in cui il gatto si presenti con una preda;  può tenere d’occhio l’ambiente circostante per vedere se ci sono altri gatti, magari randagi o selvatici e, nel caso: provvedere a sfamare anche loro in modo che non debbano cacciare; contattare le associazioni che si occupano di animali sul territorio (ad esempio ENPA, LAV o LIPU) per provare a catturarli e sterilizzarli, evitandone l’eccessiva diffusione sul territorio;  può inoltre favorire la costruzione e il mantenimento di colonie adeguatamente attrezzate dove i gatti possono vivere serenamente senza sterminare rarissimi volatili e simpaticissimi roditori.

Dunque ricapitolando: i gatti sono stupendi e migliorano la vita di chi ha la fortuna di possederne (almeno) uno. Sono animali forti e abili nella caccia, programmati per sopravvivere in ambienti molto ostili. Se nutriti amati e introdotti in biosistemi favorevoli possono allegramente combinare macelli: dunque è necessario, per il bene nostro, loro e dell’ambiente, fare tutto il possibile per controllare la loro attività e compensare il loro impatto sugli ecosistemi locali, in particolare:

  • contattando, collaborando e finanziando le associazioni di volontariato che si occupano (anche) di gatti sul territorio;
  • monitorando la presenza di gatti nelle aree circostanti;
  • sterilizzando i propri felini e (attraverso le associazioni animaliste che possono spesso farlo gratuitamente), favorendo la sterilizzazione dei gatti randagi della zona;
  • sfamando i gatti randagi (magari con i preziosi avanzi delle costosissime scatolette da supermercato che i vostri amici viziati lasciano spesso nel piatto);
  • cercando di salvare le malcapitate prede delle vostre amabili pantere domestiche (anche se si tratta di pipistrelli: ricordatevi che i pipistrelli possono mangiare fino a 2000 zanzare per notte, vogliate loro bene!).

Ordunque diamoci da fare per poter continuare ad ammirare quegli occhi profondi e quei movimenti soavi, senza dare troppo fastidio a un pianeta già sufficientemente provato.

Dario De Santis