Il gatto nero non porta sfortuna, la superstizione sì!

Se un gatto nero ti attraversa la strada, significa che sta andando da qualche parte.

Groucho Marx

La superstizione è un fenomeno a mio avviso odioso. La sfortuna è il lasciapassare dei vili, l’alibi degli irresponsabili. Sempre. Certo quando viene rivolta contro gli indifesi diviene un insopportabile concentrato di dozzinale codardia.
È il caso dei gatti neri. Davvero i gatti neri portano sfortuna? O meglio davvero vogliamo continuare a dire che se un gatto nero ti attraversa la strada ti porterà sfortuna?
Se siete convinti di sì, o se conoscete qualcuno che ancora oggi lo sia, magari un po’ per scherzo e un po’ veramente, allora un sguardo fugace al passato potrebbe essere utile.

Nel mondo precristiano e politeista il gatto visse giorni felici, spesso venerato come una divinità. Nell’antico Egitto, già dalla seconda dinastia (2890 a.c.), la dea Bastet veniva rappresentata con le sembianze di un gatto (nero o comunque di colore scuro). Dea dei gatti ma anche delle donne, della fertilità, delle nascite e della casa.
Le cose cambiarono drasticamente con l’avvento del cattolicesimo e in particolare durante il Medioevo: con la Bolla Vox in rama, nel 1233, Papa Gregorio IX condannò ufficialmente il gatto nero, incarnazione di Satana, e avviò di fatto lo sterminio dei felini. Donne e gatti furono martoriati per secoli: basti pensare che per la festa di San Giovanni, il 24 giugno di ogni anno, tutti i gatti neri catturati venivano arsi vivi al rogo su di un palo dove potevano arrampicarsi solo per soffrire più a lungo. I modi per seviziare “l’incarnazione di Satana” erano purtroppo diversi e tutti atroci: i gatti erano uccisi a bastonate, scuoiati vivi, lanciati dai campanili e, ovviamente, crocifissi. Per capire quanto profonda fosse la follia superstiziosa, quanto cieca e spietata la necessità di smembrare fisicamente il “male”, basti pensare che l’ultimo gatto condannato a morte per stregoneria (?) fu giustiziato a Londra nel 1712. Non a caso oggi è difficile trovare gatti completamente neri in Europa occidentale, mentre ve ne sono molti di più a Est, a partire dall’area balcanica.

Si dice inoltre che i pirati portassero sulle loro navi dei gatti neri: neri perché dello stesso colore dei loro vessilli e gatti perché i topi sulle navi erano più deleteri dei cannoni nemici. Per questo, cinque secoli fa, la visione di un gatto nero sulle strade in prossimità delle coste poteva indicare l’arrivo di pericolosi filibustieri e dunque essere associato a pericolo e sventure. Ancora più antica, forse addirittura risalente all’antica Roma, sembra essere un’altra storia all’origine della nostra sciagurata superstizione: attraversando nottetempo la strada, un gatto nero poteva infatti far imbizzarrire i cavalli e provocare il ribaltamento dei carri, con conseguenze nefaste.
Ci vollero anni e troppi sacrifici per capire che i tempi erano oramai diversi, che la rabbia irrazionale e stolta, il bisogno di dilaniare un feticcio erano assolutamente inutili. Non solo inutili, ma addirittura deleteri: fu nel corso dell’Ottocento che il progresso del sapere portò progressivamente a scagionare i gatti e a rendere evidente la loro utilità. Più dei pirati, più dei cavalli imbizzarriti e soprattutto più di Satana, a uccidere per secoli erano state le malattie. Il celebre Louis Pasteur (1822-1895), fondatore della moderna microbiologia, lodava le abitudini igieniche dei gatti, sempre attenti alla pulizia del proprio corpo. Nessuna malattia infatti era attribuibile ai piccoli felini, mentre i loro acerrimi nemici, i topi, risultavano essere i responsabili di almeno 35 malattie, fra le quali la tristemente celebre peste bubbonica, che in Europa aveva causato più di 25 milioni di morti, ossia un terzo dell’intera popolazione. In altre parole: se durante il medioevo i gatti fossero stati venerati, forse al posto della peste nera e del tifo, l’Europa sarebbe stata infestata solo da fragorose fusa e miagolii.

Ora è tutto un po’ più chiaro? La superstizione non nuoce gravemente solo a chi dovrebbe “portare sfortuna”, ma a tutti. Per giocare un po’ con i concetti si potrebbe sarcasticamente affermare che solo la superstizione porta sfortuna. E se per un mercante romano un carro rotto poteva essere un problema, così come per un contadino sardo l’arrivo di alcuni corsari ubriachi, per noi non esistono scuse.
Allora, il prossimo 17 novembre, il giorno del gatto nero, pensato proprio per sfatare le volgari credenze dei tempi bui, aiutateci a raccontare questa storia. Ma non fatelo solo per i gatti. Fatelo anche per voi.

Letture consigliate
Engels, D. (2001). Storia del gatto. L’affascinante storia del più prezioso alleato dell’uomo.Milano: Piemme, 336 pp.

Dario

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